L’astronave abbandonata nel cuore del Queens
Nel parco di Flushing Meadows, in fondo al Queens, c’è una cosa che sembra caduta dal cielo.
Tre torri che svettano verso il nulla. Uno spazio vuoto, enorme, sotto un tetto di cavi. Un disco di cemento che non serve più a niente.
Eppure, per due anni, quel posto è stato il centro del mondo.
Si chiama New York State Pavilion. L’ha disegnato Philip Johnson, insieme a Richard Foster, per l’Esposizione Universale del 1964. L’ingegnere era Lev Zetlin.
Allora era roba da fantascienza. Un’ellisse di settantasei metri per centosette. Un tetto sospeso sui cavi, colorato, che da lontano sembrava un disco volante appoggiato a terra.
Dentro, sul pavimento, avevano incastonato la mappa dello stato di New York. In terrazzo. Pezzi di marmo colorati, uno accanto all’altro, che riproducevano strade e città. La potevi attraversare a piedi.
Le tre torri osservatorio, la più alta di sessantanove metri, portavano la gente in cima con gli ascensori. Da lassù vedevi tutta la fiera.
Poi, il 21 ottobre 1965, l’Esposizione chiude. E il futuro, all’improvviso, è già vecchio.
Il palazzo resta lì. Le torri non riaprono più. Il tetto si sgretola. Per vent’anni nessuno sa cosa farne.
Solo il Theaterama, il tamburo di cemento accanto, sopravvive. Dal 1989 è il Queens Theatre, e lì gli spettacoli continuano.
Il resto diventa un relitto. Un’astronave arrugginita in mezzo all’erba, usata solo come set per i film. Se avete visto Men in Black, l’avete già incontrata.
Poi qualcosa cambia. La gente ci si affeziona. Nascono i comitati per salvarla. Nel 2014 ridipingono il tetto. Nel 2019 cominciano i lavori veri.
Io questa storia la trovo bellissima. Perché parla di noi.
Costruiamo cose magnifiche. Le abbandoniamo. E poi, un giorno, torniamo a innamorarcene.
Come se il futuro, ogni tanto, avesse bisogno di riposare.
Prima di tornare a brillare.
Cose belle. Storie belle.
Foto: Gunnar Klack — Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)



