Articoli

25 giugno 1991: il giorno in cui l’Europa ricominciò a sanguinare

Condividi

Il 25 giugno 1991 due repubbliche jugoslave dichiarano l’indipendenza. Slovenia e Croazia dicono basta a Belgrado. In pochi giorni i carri armati dell’esercito federale entrano in Slovenia. E la guerra, quella vera, quella che l’Europa credeva di aver chiuso nel 1945, torna.

In Slovenia dura dieci giorni. Poi, un accordo e l’uscita di scena. Poi arriva la Croazia. E dietro la Croazia arriva la Bosnia. E dietro la Bosnia arriva il peggio.

Centoquarantamila morti. Due milioni di profughi. Campi di prigionia. Stupri etnici come arma di guerra. Srebenica, ottomila persone massacrate in pochi giorni sotto gli occhi delle Nazioni Unite. Tutto questo in Europa, alla fine del ventesimo secolo, a due ore di macchina dall’Italia.

La Jugoslavia non era un paradiso. Ma era un esperimento: un Paese in cui serbi, croati, bosniaci, sloveni, macedoni, albanesi convivevano sotto lo stesso tetto. Messe miste, matrimoni misti, quartieri misti. Tito aveva tenuto insieme tutto con il pugno di ferro. Quando Tito muore nel 1980, quell’idea comincia a creparsi. Quando il comunismo crolla nel 1989, l’idea muore del tutto. E i confini, tracciati su mappe che non tengono conto di chi vive dove, diventano trincee.

La sociologia ci insegna che l’identita etnica non e un dato naturale. E una costruzione. Si costruisce e si distrugge. E quando qualcuno ha interesse a distruggerla, lo fa in fretta. Milosevic in Serbia, Tudjman in Croazia, Karadzic in Bosnia: tre uomini che hanno preso l’odio e lo hanno trasformato in progetto politico. Hanno detto ai loro popoli: voi siete diversi, voi siete in pericolo, l’altro è il nemico. E il popolo ha creduto. Perche la paura e piu forte della ragione.

La Jugoslavia ci dice la pace non e un dato acquisito. Che basta un leader cinico, una crisi economica, un mito di superiorità, e i vicini di casa diventano nemici da eliminare. Non serve molto. Non serve un esercito. Serve solo la persuasione che l’altro sia una minaccia.

Lo abbiamo visto in Jugoslavia. Lo abbiamo visto in Rwanda. Lo abbiamo visto in Syria. E lo vediamo ancora oggi, ogni volta che qualcuno costruisce muri invece di ponti, ogni volta che qualcuno dice noi contro loro come se fosse una verita naturale.

Trentacinque anni fa, il 25 giugno 1991, qualcuno ha acceso il fiammifero. L’incendio ha bruciato i Balcani per dieci anni. E ci ha lasciato una lezione che non abbiamo ancora imparato.

La pace è fragile. La convivenza è fragile. E chi le dimentica, o le da per scontate, le perde.

Lascia una risposta