L’isola dove New York seppellisce chi non vuole ricordare
C’è un’isola, poco più in là di City Island, nel Bronx, dove New York porta da più di centocinquant’anni i suoi morti. Quelli che nessuno ha reclamato. Quelli che nessuno ha potuto o voluto seppellire altrove.
Si chiama Hart Island. È lunga poco più di un chilometro. E sotto il suo prato c’è più gente di quanta ne abiti mezza Manhattan.
Andiamo con ordine.
Nel 1869 la città la comprò per farci un cimitero. Un cimitero pubblico, per i poveri e per gli sconosciuti. In inglese lo chiamano potter’s field, il campo del vasaio. Viene dal Vangelo, dal terreno comprato con i trenta denari di Giuda per seppellire gli stranieri. Un nome antico, per un posto che fa un lavoro antichissimo.
I primi a finire lì furono i soldati. Nell’angolo nord dell’isola c’è un campo di soldati dell’Unione morti nella guerra civile, e vicino un gruppo di confederati prigionieri, morti lontani da casa. Il primissimo sepolto di cui resta il nome, però, non fu un soldato. Fu una bambina. Si chiamava Louisa Van Slyke, morì nel 1869, e fu la prima di una fila che non si è più fermata.
Da allora, dicono, là sotto ci sono più di un milione di persone.
Non ci sono lapidi. Non ci sono nomi incisi. Ci sono file di monumenti, piccole colonne bianche con un numero sopra. Ogni numero è una fossa comune. Dentro, gli adulti stanno su tre piani, in bare di pino, uno sopra l’altro. I bambini, invece, hanno un campo tutto loro. Lo chiamavano Baby Hill, la collina dei bambini. Chi finisce qui non ha una tomba sua. Ha una fila e un numero.
Le fosse le scavavano, fino a poco fa, i detenuti di Rikers Island. È una delle cose più strane e più dure da spiegare: i morti dei poveri seppelliti dai vivi dei carcerati. Per anni il posto è stato gestito dal dipartimento delle carceri, non da quello dei cimiteri. Come se seppellire i dimenticati fosse una punizione, non un servizio.
Qui sono passati i morti delle epidemie e delle crisi. L’influenza del 1918. Gli anni dell’AIDS, quando nessuna impresa funebre voleva toccare quei corpi, e Hart Island li accolse uno dopo l’altro. Nel 2020, durante il Covid, le sepolture sono tornate a crescere, e le immagini dei feretri nelle trincee hanno fatto il giro del mondo. Per un attimo tutti si sono ricordati che l’isola esiste. Poi, come sempre, se ne sono dimenticati di nuovo.
Eppure non è un posto vuoto. Dietro ogni numero c’è una storia. C’è un progetto, si chiama Hart Island Project, che da anni cerca di ridare un nome e un volto a chi è finito lì. Perché la cosa più crudele non è morire poveri. È sparire senza lasciare un nome.
Per decenni visitarla è stato quasi impossibile. Il traghetto partiva una volta al mese, per i parenti, con il permesso. La maggior parte di New York non ci ha mai messo piede. Perché Hart Island non è un posto che la città mostra volentieri. È il suo lato che preferisce non vedere.
E qui succede la cosa che mi dà una piccola speranza. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Nel 2019 la città ha deciso di toglierla alle carceri e di passarla ai parchi. L’idea è di aprirla, di renderla visitabile, di permettere agli altri di andarci a camminare. I primi tour pubblici sono partiti da poco. Ci si va ancora con la guida, in gruppi piccoli, con rispetto. Ma ci si va.
Io trovo che Hart Island sia il posto più vero e più coraggioso di New York.
Perché lì la città ammette, con i fatti, di non essere solo grattacieli e successo. È anche questo: un milione di persone che se ne sono andate in silenzio, senza una lapide, e che pure non sono scomparse. Sono lì. Sotto l’erba, davanti a te, in una fila che aspetta solo di essere raccontata.
È un’isola che non si può riassumere in una foto. Ma se un giorno fai il giro in barca da City Island verso il Connecticut e la vedi scorrere a sinistra, con i suoi monumenti bianchi e il suo silenzio, saprai che cos’è.
È la memoria di chi non ne aveva una.
Cose belle. Storie belle.
Foto: RoySmith — Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)



