La casa dove Edgar Allan Poe vide morire la moglie
Una settimana a Halloween. E New York, in questi giorni, si riempie di zucche e di scheletri di plastica. Io preferisco un altro tipo di brivido. Quello di una casetta bianca nel Bronx, dove un poeta ha visto morire la moglie.
È la casa di Edgar Allan Poe. Esiste ancora. Si può entrare.
Andiamo con ordine.
Siamo nel 1846. Poe ha trentasette anni, è già famoso per Il corvo, ed è povero in canna. La moglie Virginia, la cugina che aveva sposato che lei era ancora una ragazzina, è malata di tubercolosi. I medici dicono: aria buona, niente città. Così la famiglia lascia Manhattan e si sposta a Fordham, che allora è campagna vera. Prati. Orti. Una strada polverosa che si chiama Kingsbridge Road.
La casa l’avevano costruita nel 1812. Un cottage di legno, tre stanze e una soffitta, con il portico davanti. Poe la prende in affitto per una cifra bassissima. Con loro c’è la suocera, Maria Clemm, che tiene in piedi tutto: la cucina, le bollette, la famiglia.
L’inverno del 1846 è durissimo. Non ci sono soldi per la legna. Non ci sono coperte. Virginia, nella stanza al piano terra, trema sotto il cappotto del marito. Quando la tosse peggiora, una vicina porta aiuto e un po’ di conforto. Virginia muore il 30 gennaio 1847. Aveva ventiquattro anni.
Poe non si riprende più del tutto. Resta nel cottage ancora due anni. Beve. Scrive. E in quella casa nascono alcune delle cose più strane e più belle che abbia mai scritto: Eureka, il suo saggio folle sull’universo. Ulalume, un lamento dentro un bosco. The Bells, le campane. E, quasi certamente, Annabel Lee, la poesia di un uomo che continua ad amare una morta.
Quando se ne va, nell’estate del 1849, la sua vita è alla fine. A ottobre muore a Baltimora. Aveva quarant’anni.
E la casa? Qui la storia diventa piccola e testarda, come piace a me.
Il Bronx cresce. Arrivano i palazzi, le strade, il Grand Concourse. Il cottage resta lì, in mezzo, sempre più fuori posto. Rischia di finire sotto una ruspa. Allora, nel 1913, qualcuno decide che una casa così non si demolisce. La si solleva e la si sposta, pochi metri più in là, dentro un parco che oggi si chiama Poe Park. È ancora lì. Oggi è un monumento storico nazionale.
Chi ci arriva si trova davanti una scena strana. Il cottage bianco, minuscolo, con il portico. E attorno i palazzoni del Bronx, il traffico del Grand Concourse, gli autobus che frenano. Sembra una casa di bambole dimenticata in mezzo a una città di cemento.
Dentro è semplice, quasi spoglio. Pavimenti di legno. Soffitti bassi. La stanzetta dove Virginia passò gli ultimi mesi. Un letto. Una sedia. Niente effetti speciali. Eppure ti prende alla gola più di qualsiasi casa stregata di Halloween.
Perché qui non c’è niente di finto. C’è solo una famiglia povera, un inverno gelato e un uomo che scrive per non impazzire.
Io credo che sia il posto più vero per capire Poe. Non il corvo, non la maschera da orrore. Un marito stanco, seduto in una cucina fredda, che cerca le parole per dire addio.
Se andate, l’ingresso è piccolo e gli orari sono ridotti: controllateli prima. Ci si arriva con la metropolitana, linee B e D, fermata Kingsbridge Road. Poi cinque minuti a piedi.
Portate un libro. Magari quello di Poe. E leggete Annabel Lee seduti sull’erba, davanti al portico.
Cose belle. Storie belle.
Foto: Sponresponse — Wikimedia Commons (CC BY 4.0)



