La casa dove Manhattan si è fermata per cent’anni
Una porta d’ingresso a due passi da Astor Place. Un portone con la scala di pietra davanti. Nessuno la guarda. Eppure dietro quel portone Manhattan si è fermata.
È la casa del mercante Seabury Tredwell. Numero 29 di East Fourth Street. Dentro, tutto com’era nell’Ottocento.
Non una ricostruzione. Non un set. La casa vera.
Andiamo con ordine.
La costruisce nel 1831 un cappellaio, Joseph Brewster, che di mestiere fa anche speculazione edilizia. Ne alza sei uguali, in fila, sulla stessa strada. Questa è finita nell’aprile del 1832. Facciata di mattoni, stile federale. Interni neoclassici, alla greca.
Nel 1835 la compra Seabury Tredwell. Mercante, nato nel 1780, ricco ma riservato. Non gli piacciono i giornali e non piace farsi notare. Paga diciottomila dollari. Si ritira dagli affari e si mette in casa con moglie, figli e quattro domestici. Quasi sempre donne irlandesi.
Attorno, il mondo cambia. I ricchi di New York salgono verso nord. Le case eleganti diventano pensioni, negozi, magazzini. La città si rifà da capo, ogni dieci anni.
I Tredwell no. Restano.
Nel 1840 nasce in quella casa l’ultima figlia, Gertrude. In quella casa Gertrude rimane per tutta la vita. Negli anni Cinquanta un’altra sorella, Sarah, si fa male in un incidente di carrozza. Allora nel palazzo mettono un piccolo ascensore tirato a mano per portarla in camera. Un ascensore a mano, nel 1850.
Gertrude muore nel 1933. Aveva novantatré anni. Era povera. Ma la casa era piena: mobili, vestiti, posate, lettere. Un secolo di una famiglia, intatto, perché nessuno aveva mai buttato niente.
Qui arriva la parte che mi piace.
Una lontana parente, George Chapman, compra tutto. Non per rivenderlo. Per tenerlo. Nel 1936 la casa diventa museo. Oggi si chiama Merchant’s House Museum. Dentro ci sono più di quattromilacinquecento oggetti della famiglia.
Ed è l’unica casa dell’Ottocento di Manhattan con l’esterno e l’interno originali. L’unica. In una città che demolisce per mestiere.
Non è stato facile. Per decenni i soldi per i restauri non c’erano. Poi i lavori, dal 1970 al 1980. Poi di nuovo, dopo i crolli e le demolizioni vicine, nei primi anni Novanta. E in tempi più recenti il museo si è battuto contro un albergo costruito accanto, per paura che le fondamenta cedessero.
Dentro, si cammina piano. Le due sale al primo piano con i lampadari. La cucina al piano di sotto, con i fornelli neri e i pavimenti consumati. Le camere da letto in alto. Le tende. I letti col baldacchino. L’odore di legno vecchio.
Si racconta anche di un passaggio segreto. Una tradizione lo lega alla rete clandestina che aiutava gli schiavi in fuga. Io, davanti a una cosa così, mi fermo e abbasso la voce.
E poi c’è lei. Gertrude. Per anni i visitatori hanno giurato di vederla, di sentirla, di incrociarla sulle scale. Il fantasma di una donna che non ha mai voluto lasciare casa sua.
Non so se ci credo. So che a fine ottobre quella storia ha un altro suono.
Se andate, controllate prima gli orari e le visite guidate: il museo è piccolo e non sempre è aperto. Ci si arriva a piedi da Astor Place, linea 6. Un isolato e siete davanti al portone.
Entrate. Guardate le scale. Immaginate una famiglia che ci passa, ogni giorno, per cento anni.
New York corre. Qui è rimasta ferma. E ha fatto bene.
Cose belle. Storie belle.
Foto: Ajay Suresh — Wikimedia Commons (CC BY 2.0)



