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Il Cimitero dei Burci: quando un luogo vero diventa il protagonista del giallo

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C’è un posto, lungo le rive del Sile, dove la natura ha reclamato ciò che l’uomo aveva abbandonato. Vecchie imbarcazioni veneziane, i burci, affondate e dimenticate, formano un cimitero d’acqua che il tempo ha trasformato in un ecosistema. È un luogo reale. Ed è da lì che è nato tutto.

Quando ho deciso di ambientare un giallo su quelle acque, non cercavo una cornice pittoresca. Cercavo un personaggio. Perché il Cimitero dei Burci non è uno sfondo: è una presenza che respira, che nasconde, che sa. Le barche affondate portano con sé storie di mercanti, di viaggi, di fatiche — e quando il maresciallo Occhipinti si ritrova a camminare su quell’alzaia all’alba, sa di non essere solo.

Mario, il suo amico fidato, lo sveglia di prima mattina. Ha trovato qualcosa durante la corsa. Qualcosa che non doveva esserci. E da quel momento il Sile smette di essere un fiume tranquillo per diventare la scena di un mistero che si snoda tra acque basse, nebbie mattutine e silenzi carichi di significato.

Scrivere Il cimitero dei burci è stato come camminare su quel sentiero di persona. Ho respirato l’umidità del fiume, ho sentito il rumore dell’acqua contro le vecchie chiglie, ho immaginato cosa si nasconde sotto la superficie. Il maresciallo Occhipinti — burbero, metodico, testardo — è l’uomo giusto per quel luogo: uno che non si accontenta delle apparenze, che scava dove altri passerebbero oltre.

Il giallo, per me, non è mai stato solo whodunit. È wheredunit: il dove racconta tanto quanto il chi. E il Cimitero dei Burci, con le sue barche scheletro e la sua vegetazione selvatica, racconta più di quanto si possa immaginare.

Se non avete ancora camminato sull’alzaia del Sile insieme a Occhipinti e Mario, potete farlo qui: Il cimitero dei burci su Amazon.

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