La casa del Queens dove Louis Armstrong ha scelto di restare
Louis Armstrong poteva vivere dove voleva. Aveva la fama, i dischi, i soldi. Ha scelto una casa di mattoni a Corona, Queens.
Ci è rimasto fino all’ultimo giorno.
Andiamo con ordine.
Il 1943 è l’anno in cui Louis si ferma. Dopo anni sempre in viaggio, un hotel dietro l’altro, mette giù la valigia. Ha sposato Lucille Wilson, cantante del Cotton Club, nell’ottobre del 1942. È lei a volere una casa vera.
La casa sta al numero 34-56 della 107th Street. Una palazzina di mattoni del 1910, progettata da Robert W. Johnson e costruita da Thomas Daly. Niente di speciale. Una casa come tante, in un quartiere come tanti.
Gli Armstrong la rifanno a modo loro. Via il portico davanti: lo spazio diventa salotto. Dentro, bagni elaborati. La cucina, che non c’era nel progetto originale, la aggiungono loro. Fuori, il giardino e il garage.
E poi gli oggetti. Regali portati da ogni tour, dall’Asia, dall’Europa, dall’Africa. Stanno ancora sui comò, sui comodini, sugli scaffali. Dove li ha messi lui.
Louis ci ha vissuto quasi ventotto anni. Fino alla morte, nel 1971.
Qui viene la parte che mi colpisce.
Armstrong registrava tutto. Nastri a bobina, tanti. Li portava in tournée in un baule. A casa registrava se stesso, le conversazioni, la vita. Nei nastri che oggi custodisce il museo si sente come pronunciava il suo nome: “Lewis”. Non “Louie”, come lo chiamavano tutti.
Un dettaglio piccolo. Ma ti dice che quella casa non era un set. Era vita.
Lucille è sopravvissuta a lui di dodici anni. Alla sua morte, nel 1983, la casa passa alla città di New York. Il suo desiderio era uno: farne un museo su suo marito.
Il 1976 è l’anno in cui diventa National Historic Landmark. Il 1988, monumento della città. Nel 2003 aprono le visite guidate.
Nel 2023 di fronte alla casa nasce un secondo edificio, l’Armstrong Center. Dentro, l’archivio più grande mai dedicato a un musicista jazz: più di sessantamila pezzi. Scritti, libri, registrazioni, ricordi.
Chi lo sa che esiste? Ci passano in pochi. Sta in fondo al Queens, lontano dai posti da cartolina.
Eppure è il posto dove il jazz ha vissuto davvero. Non su un palco. In una cucina, in un giardino, davanti a un registratore acceso.
Un uomo che poteva avere tutto. Ha scelto una porta qualunque, in una strada qualunque, e l’ha chiamata casa.
Cose belle. Storie belle.
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Foto: Joe Mabel — Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0)



