La città libera che Brooklyn ha dimenticato per ottantacinque anni
Nel 1968 due uomini sono saliti su un aeroplano per cercare una città che nessuno ricordava più.
Non una città persa nella giungla. Una città dentro Brooklyn.
Si chiamava Weeksville.
Nasce nel 1838. Uno scaricatore di porto della Virginia, James Weeks, un uomo libero, compra un pezzo di terra nella parte centrale di Brooklyn. Undici anni prima, lo Stato di New York aveva abolito del tutto la schiavitù.
Weeks non compra solo un terreno. Compra una possibilità.
A New York, in quegli anni, un uomo nero poteva votare solo se possedeva una proprietà da duecentocinquanta dollari. Quindi la terra era voto. Terra era cittadinanza.
Così Weeksville cresce come una comunità fondata apposta per questo, da neri liberi che compravano e costruivano.
Negli anni Cinquanta dell’Ottocento ci vivono più di cinquecento persone. È la seconda comunità nera libera degli Stati Uniti prima della Guerra civile.
Quasi un uomo su tre, sopra i ventuno anni, possiede terra.
Hanno le loro chiese. Una scuola, che per prima in America mescola insegnanti e studenti. Un cimitero. Una casa per gli anziani. Una squadra di baseball. Uno dei primi giornali afroamericani, il Freedman’s Torchlight.
Nel luglio del 1863 scoppiano a Manhattan le rivolte contro la leva. La folla dà la caccia ai neri. Molti scappano. Una parte di loro attraversa il fiume e trova rifugio qui.
Poi arriva il Ponte di Brooklyn, nel 1883. La città si allarga, mangia i campi, inghiotte i villaggi.
Weeksville smette di essere un posto. Diventa un pezzo di Crown Heights. E poi un ricordo. E poi nemmeno quello.
Ottantacinque anni di silenzio.
Nel 1968 lo storico James Hurley tiene un corso al Pratt Institute. Ha letto di Weeksville in un libro del 1912. Vuole sapere se è rimasto qualcosa.
Con lui c’è Joseph Haynes, un pilota che vive nel quartiere. Prendono vecchie mappe. Salgono su un piccolo aereo. Guardano dall’alto.
E dall’alto lo vedono. Una stradina vecchia, storta, che non segue la griglia delle strade moderne. Quattro case di legno, in fila, voltate verso un sentiero che non esiste più.
Era Hunterfly Road. Il bordo orientale del villaggio.
Quelle quattro case erano rimaste in piedi, nascoste dietro gli isolati nuovi, mentre tutti intorno si dimenticavano.
Da lì parte tutto. Nasce una società per salvarle. Joan Maynard ci mette dentro la vita: la salvezza di quelle case diventa il lavoro di una donna intera.
Nel 1970 sono monumento della città. Nel 1972 entrano nel Registro nazionale dei luoghi storici. Nel 1973 vengono comprate. Nel 2005, dopo tre milioni di dollari di restauro, aprono al pubblico.
Ogni casa racconta un’epoca diversa. Dall’Ottocento al Novecento.
Io penso a una cosa sola.
Per ottantacinque anni una comunità intera è rimasta sotto gli occhi di tutti. E nessuno la vedeva.
Serviva un aereo. Serviva qualcuno che guardasse dall’alto.
Oggi le case sono ancora lì, a Crown Heights, dentro il Weeksville Heritage Center. Si entra. Si cammina sul legno vero.
New York non butta via la sua storia. A volte la dimentica solo. Sta lì, e aspetta che qualcuno alzi la testa.
Cose belle. Storie belle. 🗽
Foto: Anonitect — Wikimedia Commons (dominio pubblico)



