Raffaella
Ho corso tante maratone, ormai non le conto più. E in tutte le gare ho avuto un riferimento durante gli allenamenti e, qualche volta, nelle corse.
Raffaella non corre perché deve. Corre perché io possa correre. E lo fa con me, davanti a me, tirandomi quando le gambe non vanno e la testa va peggio. Segnalandomi i pericoli a terra: tombini, avvallamenti, dossi. Cose che devo evitare per non cadere rovinosamente a terra.
Le gambe non le sento. Le muovo, ma non le sento. E in certi momenti, verso il chilometro trenta, quando il corpo ti dice “basta” e la mente comincia a mollare, la vedo. Alzo la testa e vedo la sua schiena, la sua maglietta, il suo passo.
E la seguo.
Perché Raffaella non ha mai smesso di crederci. Nemmeno quando io stesso, in quel letto d’ospedale, pensavo che fosse finita. Lei era lì. Ogni giorno. A casa, in riabilitazione. Con i figli piccoli da crescere e un marito fermo. Immobile. E non si è mai lamentata. Non una volta.
Quando ho ricominciato la mia nuova strada, lei era accanto a me.
La gente mi dice: che coraggio che hai. Che esempio che sei. Che tenacia. Ma il coraggio è il suo. L’esempio è il suo. La tenacia è la sua. Io corro. Ma è lei che mi tira.
Questa è la storia di Raffaella. La donna che non ha mai mollato. Che ha tirato avanti quando tutto sembrava perso. Che ancora oggi, su quel traguardo, mi precede.
Io, la seguo.

