Il cimitero dei burci: quando Treviso diventa noir
Quando qualcuno mi chiede perché ho ambientato un giallo a Treviso, la risposta è semplice: perché Treviso è noir. Nonostante le calli dipinte, i canali verdi, le osterie che profumano di radicchio. Sotto quella bellezza c’è un’altra città. Più silenziosa. Più oscura.
Il cimitero dei burci è nato così. Da un posto vero, un luogo che esiste davvero lungo il Sile. Il cimitero dei burci è dove venivano abbandonate le vecchie barche da trasporto, le “burce”, quando non servivano più. Relitti di legno che marciscono nell’acqua. Un posto che di giorno è poesia, di notte è inquietudine pura.
E lì, in quel luogo sospeso tra acqua e memoria, ho fatto trovare al mio maresciallo Occhipinti un cadavere.
Un carabiniere siciliano nella Marca Trevigiana
Salvatore Occhipinti è un siciliano trapiantato a Treviso. Un uomo che parla poco, osserva tanto, e pensa in due lingue. Il dialetto veneto dei posti in cui vive e il siciliano che si porta dentro, come un’ombra. Non è un investigatore geniale. È un maresciallo dei Carabinieri che fa il suo lavoro con pazienza, metodo, e una dose di umanità che a volte gli complica la vita.
Ma Occhipinti non indaga da solo. C’è Mario. L’amico, l’oste, il cuoco. Mario è quello che sa tutto di tutti, che sente le conversazioni al bancone dell’osteria, che con un piatto di bigoli al ragù ti fa parlare anche se non vorresti. Insieme sono una coppia improbabile: il siciliano rigido e il veneto schietto. Ma funzionano.
Quello che il libro racconta davvero
Il cimitero dei burci non è solo un giallo. È un ritratto di provincia. È la Treviso che i turisti non vedono, quella delle osterie lungo il fiume, delle nebbie che si alzano dal Sile d’inverno, dei pettegolezzi che corrono da un tavolo all’altro. È la provincia italiana con i suoi segreti, le sue ipocrisie, la sua crudeltà silenziosa.
Ci sono detti venesi, battute in dialetto siciliano, piatti tipici, e poi c’è un’indagine che si infittisce pagina dopo pagina. Il corpo ritrovato nel cimitero dei burci ha i polsi legati da un laccio nero. Il volto è tumefatto. Gli occhi aperti fissano il cielo. Tutto fa pensare a un gioco erotico finito male. Ma non è così.
E quando scopri chi è stata quella donna, quando capisci cosa si nasconde dietro la facciata perbene di una città che si crede immune dal male, be’, allora il Sile sembra scorrere più scuro del solito.
Perché l’ho scritto
Ho iniziato a scrivere di Occhipinti perché volevo raccontare il territorio in cui vivo. Non con la guida turistica, ma con gli occhi di chi ci cammina ogni giorno. Le corse mattutine sull’alzaia del Sile, le osterie dove il tempo si è fermato, i volti della gente comune. Volevo che Treviso diventasse un personaggio, non solo una cornice.
E poi, lo ammetto, mi divertivo. Scrivere le battute tra Mario e Occhipinti, inventare i frequentatori dell’Osteria al Sole, mescolare dialetti e cucina e delitto… era come stare al bancone di un’osteria vera, a sentire storie che diventavano romanzo.
Se non l’avete ancora letto, lo trovate su Amazon. E se l’avete letto, lasciate un commento. Anche una critica. Specialmente una critica. È così che si cresce, come scriveva il maresciallo Occhipinti: “La verità non sta mai da un lato solo. Sta nel mezzo, come il Sile tra due rive.”
Toni Venturato


