Il muro che New York non ha buttato
New York non butta via quasi niente.
In una hall al 520 di Madison Avenue, tra il viavai di gente con la valigetta e i tornelli dell’ascensore, ci sono cinque lastre di cemento armato. Potresti passarci davanti senza guardarle. E invece sono un pezzo del Muro di Berlino.
Il muro vero. Quello che per ventotto anni ha diviso una città in due.
Andiamo con ordine.
Il Muro di Berlino è caduto il 9 novembre 1989. Quando è crollato, mezzo mondo ha portato via un pezzo. C’era chi lo teneva come souvenir, chi lo vendeva, chi lo spezzava in migliaia di frammenti. E c’era chi, invece, portava via le lastre intere.
Alcune di quelle lastre sono finite qui. A Manhattan. A migliaia di chilometri da Berlino.
Quelle al 520 di Madison Avenue sono cinque. E non sono lastre qualunque. Sopra ci sono i colori di due artisti: Thierry Noir e Kiddy Citny. Noir, in particolare, è il francese che per primo cominciò a dipingere il lato ovest del muro, quando era già una ferita aperta che spaccava la città. Dipingeva grosse facce colorate, figure stilizzate, segni veloci. Diceva che dipingendo così in fretta rendeva il muro più difficile da fotografare chiaramente. Che il muro restava, ma almeno non era più quello di prima. Diventava colore sopra il cemento.
Queste lastre sono arrivate in America e sono state salvate. Incorniciate in un atrio. E chi passa le guarda, e forse non sa che lì davanti c’era gente che rischiava la vita per saltarlo.
Ma non è solo al 520 di Madison.
Ce n’è un’altra, più grande. Dodici piedi d’altezza, otto di larghezza. Sta a Kowsky Plaza, a Battery Park City, in fondo a Manhattan. L’ha donata il Consolato tedesco nel 2004, per i quindici anni dalla caduta del muro.
Quindici anni dopo l’89. Per dire: non ce ne eravamo ancora dimenticati.
Quel pezzo non è una copia. È il muro. Il cemento che una sera, davanti ai telegiornali di tutto il mondo, la gente assaltò a picconate e martellate, mentre dall’altra parte un’intera città premeva per passare.
Io trovo potente questa cosa: che un pezzo di quella divisione sia finito a New York. La città dei ponti, degli arrivi, di chi scappa da qualcosa e ricomincia.
Qui il muro non divide più niente. Sta in una hall, o in una piazza, e la gente ci passa accanto con il caffè in mano.
Forse è giusto così. I muri, quando non servono più, non vanno buttati. Vanno guardati. Per ricordarci che sono fatti per cadere.
La prossima volta che sei a Manhattan, cerca quel cemento dipinto. Non c’è nessuna targa rumorosa. Solo un pezzo di storia che respira in silenzio, a migliaia di chilometri da dove era nato per separare.
Cose belle. Storie belle.
Foto: Gaurav1146 — Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)



