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L’ultimo giorno di luce

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Ci sono storie che ti scelgono loro. Non le cerchi. Ti trovano.

Una sera qualunque. Un dettaglio che non ti molla. E da lì non c’è via di scampo.

Così è nato L’ultimo giorno di luce.

Ho sempre pensato che il buio non arrivi all’improvviso. Arriva piano. Si nasconde nelle cose che rimandi, nelle parole che non dici, nei minuti che pensi di avere ancora.

Poi una sera ti giri. E la luce non c’è più.

Il protagonista lo capisce tardi. Come tutti. Come me, forse.

Scriverlo è stato un conto alla rovescia. Ogni capitolo toglie qualcosa. Uno spiraglio, una certezza, un volto. Fino all’ultima pagina.

Volevo che il lettore sentisse il freddo che avanza. Non raccontarlo. Farlo provare.

Se funziona, lo capite subito. Dalla prima riga.

E se alla fine vi resta addosso qualcosa, come un’ombra che non va via, allora ho fatto bene il mio lavoro.

Non lo scrivo per convincervi. Lo scrivo perché certe storie, prima o poi, devono uscire.

Cose belle. Storie belle.

Vecchi libri dalle copertine ingiallite

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