Il cimitero che New York ha dimenticato sotto un palazzo federale
Nel 1991 a Lower Manhattan scavano per costruire un palazzo federale. Trovano ossa.
Il progetto era da 275 milioni di dollari. Il palazzo doveva sorgere al 290 di Broadway, tra Reade e Duane Street. Gli esperti, prima, avevano scritto che lì sotto non c’era niente. Troppi anni di cantieri, dicevano. Se c’era qualcosa, era sparito.
Invece c’era tutto.
Quel quartiere, nel Settecento, era fuori città. Oltre il confine, oltre l’attuale Chambers Street. Nel 1697 la Trinity Church aveva stabilito che i neri non potevano essere sepolti nei cimiteri dentro le mura. Così gli africani, liberi e schiavi, seppellivano i loro morti là fuori. In una terra a parte.
Il Negroes Burial Ground. Per quasi un secolo.
Gli storici stimano da diecimila a ventimila sepolture. È il più grande cimitero coloniale per persone di origine africana negli Stati Uniti.
L’8 ottobre 1991 l’ente federale annuncia il ritrovamento di otto sepolture intatte. Poi diventano di più. In un anno gli archeologi tolgono i resti di 419 persone.
E qui comincia la parte che mi piace.
La comunità afroamericana di New York si arrabbia. Non vuole che i suoi antenati siano trattati come un intralcio di cantiere. Qualche tomba era stata rotta durante gli scavi. Nel 1992 ci sono le proteste. I lavori si fermano.
Il Congresso interviene. Il 6 ottobre 1992 il presidente firma una legge che ordina di fermare i lavori sul sito. Lo studio dei resti passa a Michael Blakey e alla Howard University, un’università storicamente nera. Così a studiare quegli antenati ci sono anche studenti neri.
Per anni quelle ossa vengono misurate, lette, raccontate.
Poi tornano a casa.
Il 4 ottobre 2003 i 419 scheletri vengono sepolti di nuovo. Dentro bare di legno scolpite a mano in Ghana, foderate di tessuto kente. Sette sarcofagi, sette tumuli, le teste rivolte a ovest. Una cerimonia di addio in pieno centro di Manhattan.
Nel 2006 il sito diventa monumento nazionale. Nel 2007 si inaugura il memoriale, disegnato da Rodney Leon e Nicole Hollant-Denis.
C’è una camera alta sette metri, costruita con pietra africana e pietra americana, perché due mondi si incontrino. Si chiama Porta del Ritorno. Un nome che risponde, a distanza di secoli, alle porte senza ritorno dell’Africa occidentale.
Io ci penso. Nel 1703 a New York il quarantadue per cento delle famiglie aveva schiavi. Più di Filadelfia e Boston messe insieme. Una città costruita anche così.
Per due secoli, sopra quella terra, la gente ha camminato, comprato, venduto, costruito. Senza sapere.
Ci sono città che nascondono i segreti. New York ha dovuto scavarli.
E poi ha avuto il coraggio di non rimetterli sotto.
Cose belle. Storie belle.
Foto: 7mike5000 — Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0)



